Un Corradino tira l'altro... E l'appetito vien leggendo!

Un Corradino tira l'altro... E l'appetito vien leggendo!
«Pezzoli evolution... tre libri per un solo grande, toccante e indimenticabile romanzo di formazione.»
"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 30 settembre 2016

PENSIERO PER EMILIE, SUICIDATA DAL BULLISMO E DALL'IMBECILLITÀ

[Fotografia scaricata dal web]
Ormai è certo: per quanto riguarda l’homo (mica tanto) sapiens, la selezione naturale funziona esattamente alla rovescia (l’effetto Darwin-reverse di cui parlo da anni). 
Come nel caso di Emilie, splendida ragazzina francese, dolce, delicata, intelligente, prima della classe, amante della lettura e degli animali, una che se aveva qualche soldino non lo buttava certo in stupidi straccetti modajol-firmajoli. Isolata, perseguitata e massacrata con perfidia giorno dopo giorno, ora dopo ora, da bulli escrementizi per il suo essere bruttina e “secchiona”, e da bulle escrementizie per il suo non aderire al vomitevole codice conformista e superficiale delle pecore insulse in perenne sculettosa sfilata. Mai un momento di pace, in una scuola che per crudele ironia si chiama “Notre Dame de la Paix”. 
Credete forse che la selezione naturale abbia operato con una bella pestilenza selettiva che decimasse le spietate sottomerdoline col cervello piccolo? 
Ovviamente ha operato all’opposto: depressione e suicidio della vittima.
Ora i suoi genitori ne stanno pubblicando lo struggente diario sulle pagine di un giornale. Se diventerà un libro, lo comprerò e lo raccomanderò a chiunque (ma forse dovrebbero essere i ministri di tutta Europa a raccomandarlo alle scuole).
Leggo questi sconvolgenti stralci del tuo calvario, guardo la tua foto mentre accarezzi un cagnolino, in un momento tenerissimo ma non abbastanza da consolarti (il tuo viso è tanto triste e cupo) e non so se piangere più per la rabbia, per la tenerezza, per la compassione, o per il vuoto di amicizia e di empatia che incredibilmente ti circondava, rendendo la tua vita un buco nero d’ingiusto supplizio, un’adolescenza trasformata in gogna quotidiana. 
Per quel che ormai può valere: ti voglio bene e ti abbraccio forte, mia povera, tenera, fragile, perduta sorellina Emilie!


giovedì 22 settembre 2016

“Donna” lo lasciamo o preferite “uoma”? – UNA NUOVA PIAGA (E NUOVA LAGNA): LA PENSIERA LOGOCLASTA


PRINCIPA LO DICI
A TUA SORELLA


Ricapitolando, mi pare di aver capito che i sostantivi terminanti in “essa” siano d’un tratto visti come offensivi, o sminuenti, per il genere femminile. 
Il problema sarà riuscire a distinguere, per non scontentare nessuna. Perché magari la professoressa vorrà davvero esser chiamata professora (non tutte, credo), ma siamo sicuri che chiamare principa la principessa, e conta la contessa, non le farebbe un pochettino incazzicchiare? 
Spero almeno che queste farneticazioni siano riservate in esclusiva all’ambito bipede, e che le geniali cime del pensiero (o pensiera?) insulsally correct risparmino l’affascinante “leonessa”, e non ci impongano il ridicolo e loffio “leona”. 
E che domani non stabiliscano magari che anche la “gn” di cagna nasconde risvolti spregiativi, o ci toccherà mandar giù “il cane e la cana”. 
E che nella furia dell’entusiasmo logoclastico non vengano rasi al suolo anche i femminili che terminano in “trice”, o i nostri bimbi a scuola dovranno imparare a scrivere attora e scrittora, tuffatora e pattinatora, pittora e scultora, e chi più ne ha più se li tenga. Anzi, se li metta. Nella cula che usa per ragionare.
Perché il Rispetto e l’Amore per tutto ciò che è Femminile (dentro e fuori di me, dentro e fuori di noi) non ha NULLA a che vedere con la supponente e querula presunzione di un imbecille delirio logoclasta. Perché ad esigere e meritare per prima rispetto è per l’appunto la più femminile delle cose: la Parola stessa! 
Il che, naturalmente, non significa blindare i vocabolari fino a farli puzzare di muffa: se c’è uno che ama considerare la Lingua una cosa viva e che ama giocare coi neologismi sono io. Ma le novità non possono e non devono essere imposte dall’alto da un trombonismo politico più o meno boldrinesco, né tantomeno dal basso dagli sconcertanti ragli insulsally correct.
(E comunque, la mia dottoressa si metta il cuore in pace: piuttosto che chiamarla dottora mi lascerei morire senza curarmi.)

Ne approfitto, infine, per conferire la medaglia all’idiozia assoluta: essa va senza alcun dubbio a “presidenta”, dal momento (dalla momenta?) che “presidente” può significare sia “colui che presiede” sia “colei che presiede”: IL presidente, LA presidente (e in questo caso ha ragione chi vuol abolire “presidentessa”, ma perché è inutile, non perché è “sessista”!!) 
Una parlamentare donna si chiama onorevole, mica onorevola!
Presidenta è veramente (veramenta?) una parolina deficienta!


domenica 18 settembre 2016

ANGELI DELL’EUTANASIA vs DEMONI DELLA MALAMORTE (ma a considerarsi “Buoni” sono i secondi!!!!!!!)


Immancabili saette chiesaiole sulla Dolce Morte data, in Belgio, a una persona di 17 anni malata terminale che soffriva di dolori atroci e insopportabili (ci sarà un motivo se la Legge esiste da più di due anni ma questo è il primo caso di RICHIESTA da parte di un malato minorenne!). 
Il solito porporato (naturalmente non belga ma nostrano) ha usato la ritrita e sconcertante formuletta “la vita è sacra e deve essere ACCOLTA sempre”, confondendosi forse un pochettino fra “VITA” e “TORTURA”. 
[Addirittura farneticante, poi, la scelta del verbo “accogliere”: forse nella fretta ha sbagliato bigliettino e ha usato quello per i casi di aborto...]
Cosa stai cercando di difendere (oltre al tuo potere sui poveri di spirito)? 
Il diritto del TUO “dio” (che, ti ricordo, non è “obbligatorio” per chi non ci crede) di torturare chi gli pare finché gli pare? 
Ci stai per caso dicendo che è LUI (per i suoi “imperscrutabili disegni”) che manda il cancro (e altri regali consimili) ai ragazzini, e che quindi essi devono solo prendere e ringraziare e soffrire il più a lungo possibile, per meritarsi la “salvezza”?
Ma allora dovremmo sentire il DOVERE Illuminista di dire almeno una bestemmia al minuto! Altro che andare a leggere il labiale degli allenatori quando imprecano!
Per fortuna esistono Paesi Civili dove ti aiutano, nei casi estremi, ad andartene in modo dignitoso e compassionevole, e che dal basso della nostra teocrazia mascherata possiamo soltanto guardare con invidia.
[Ma a proposito di teocrazia, aggiungo due parole sul nostro essere volontariamente proni di fronte a questo potere: si parla sempre, e giustamente, di ingerenza della chiesa, ma scorrendo l'articolo apprendo con sommo sdegno che il porporato è stato "raggiunto telefonicamente" dai tizi dell'agenzia di stampa!] 
Ne approfitto per rinnovare il mio anatema contro tutte quelle belle persone convinte che la sofferenza, specie se insopportabile e prolungata, sia una cosa “salvifica”. A tutti costoro ne auguro tanta, di siffatta “salvezza”.
Ma tanta.
Ma tanta.
Ma tanta. 


mercoledì 14 settembre 2016

RIGURGITI D'ESTATE (E QUALCHE CONATO)


1 FAN COOLING
Amo il caldo con tutto me stesso. Ma non vedo l’ora che rinfreschi per non dover più sopportare (oltre alle zanzare) gli omologati telecronistelli italioti che vanno in brodo di giuggiole nello spiegarci, in disciplinato e stucchevole coro, che la pausa della partita per bere si chiama (o meglio, viene chiamata dagli asserviti linguistici, indegni della meravigliosa Lingua Italiana) “cooling break”. Ma vaffancooling!

2 PARLARE DEL TEMPO AI TEMPI DELLO SMERDOFONO-PROTESI CEREBRALE
Fino a pochi anni fa, “parlare del tempo” era sinonimo di patetica mancanza di argomenti. Oppure era l’amaro auspicio fra persone poco affini, affinché non toccassero tasti che le facessero litigare: “Parliamo del tempo, che è meglio”.
Ma adesso, una delle grandi rivoluzioni culturali portate dallo smerdofono-protesi cerebrale è che le persone ormai non parlano d’altro, neanche fossero tutti contadini col raccolto in balia delle perturbazioni. 
“Domani piove dalle 8.12 alle 13.44” informa dettagliatamente X. “Poi torna soleggiato per tutto il pomeriggio e ripiove dalle 20.35”. E ti mostra pure un’animazione smerdofonesca, con tanto di rumore degli scrosci!
“No” controbatte Y, dopo aver sditeggiato la sua psicoprotesi sempreintasca e sempreaccesa. “Mattina bello. Precipitazioni a carattere temporalesco nel pomeriggio. Grandinata fra le 15 e le 15.30. La sera migliora”.
“Balle” annuncia Z sbocchinando il suo ultimo modello, quello con le batterie che forse potrebbero scoppiare: “Piove tutta la mattina. Poi dalle 13 arriva il caldone. Vedete? Mette sole rosso e trenta gradi. Però alle 17.45 è prevista neve”.
Non ci azzeccano mai. Ma loro ci credono.
Il mio telefono non sbaglia mai” dice orgoglioso (arrivando a confondere smerdofono e sito, o smerdofono e applicazione) quello che ha appena previsto la neve in spiaggia il 20 di luglio.
La vera paura è che domani possano comportarsi allo stesso modo con le previsioni finanziarie, o con suggerimenti sulla loro salute.
“Perché hai investito tutto nelle azioni farlocche di quella banca sospetta?”
“Me l’ha detto il telefono”.
“Perché ti sei fatto operare se eri sano?”
“Me l’ha detto il telefono”.
Sento spesso la gente affermare: “Una volta riconoscevi i matti perché camminavano parlando da soli, adesso invece sembra che parlino da soli, ma stanno tutti telefonando”.
Come se fossero due cose così tanto diverse…

3 SUINTEISMO e 4-4-2
La mia profonda e totale solidarietà al bravo allenatore del Chievo Maran, squalificato dalla santa inquisizione sportiva per aver detto una bestemmiola, fra l'altro captata col solito metodo ignobile e contorto (e aleatorio) della “lettura del labiale” mentre in un momento di tensione si sfogava per conto suo imprecando in panchina come aveva stradiritto di fare.
Capirei se avesse detto “cooling break” (allora di giornate ne meritava venti…) 
Che poi, se è il tipo di bestemmiola che penso io, uno non potrebbe, in un eccesso di violenta autocritica, spararsi addosso un “porco d’io” per aver sbagliato formazione??!!
(Oltretutto, se proprio vogliamo imporre un vero rispetto della religio, perché non squalifichiamo quei patetici superstiziosi che si segnano platealmente, o che baciano immaginette e ampolline d’acquasanta, scomodando in modo indegno la “divinità” per vincere una stupida partita?)
Non si è mai abbastanza severi, con questo ridicolo paese di baciapile, di sepolcri imbiancati, con questa anacronistica teocrazia mascherata. 
Altro che limitarsi allo sbattezzo: bisognerebbe chiedere la de-cittadinanza! Meglio apolidi!

mercoledì 31 agosto 2016

Silvia Pareschi - I JEANS DI BRUCE SPRINGSTEEN (e altri sogni americani)



Silvia Pareschi, una delle nostre migliori traduttrici di romanzi americani (se in libreria foste indecisi fra due titoli a stelle e strisce prendere quello tradotto da lei non sarebbe una cattiva idea, perché il livello della traduzione è qualcosa di moolto importante) esordisce come narratrice nel catalogo Giunti per accompagnarci nella “sua” America con dieci deliziosi racconti, uno più vivace e azzeccato dell’altro.
Se ci trovassimo in campo audiovisivo, il suo più che un film sarebbe un documentario. Ma un documentario brioso, variegato, avvincente, sempre interessante. Soprattutto un documentario onesto, capace di mostrarci le spaventose contraddizioni di quel mondo senza i soliti stucchevoli filtri ideologici smaccatamente (e noiosamente) “pro” o “contro”.
Nel racconto d’apertura, Puma, c’imbattiamo nel fascino e nei pericoli della natura selvaggia californiana (e il pensiero correrà subito a Thoreau), sullo sfondo di uno dei lati più belli e sorprendenti dell’America: quella filantropia culturale che rende possibili residenze in cui gli artisti vengono ospitati gratis (a sua volta in immediato, stridente contrasto con uno dei lati peggiori: il solo pensiero di dover avere a che fare con l’esosa sanità statunitense, dove o non ti curano o ti rapinano peggio della più bieca strozzinaglia).
A dir poco esilarante il pezzo di bravura successivo, Il Palazzo del Porno, con panoramica tragicomico-incredula su perversioni assortite, dove l’autrice inanella perle di questo tipo: “… un meccanofilo cercherà disperatamente di avere rapporti sessuali con biciclette, automobili, elicotteri e aeroplani. Un tizio inglese ha raccontato di aver fatto sesso con più di mille auto; oggi ha messo la testa a posto e vive con la sua fidanzata, un maggiolino Volkswagen bianco di nome Vanilla”.

Lo stile è per lo più volutamente semplice, asciutto, quasi colloquiale (anche se non mancano pennellate di gran classe), cordialmente al servizio del lettore e delle sue curiosità transatlantiche. E questo è un lato assai positivo, perché Silvia dimostra in tal modo di essere persona capace di scrivere, senza nessun bisogno di scopiazzare i mostri sacri che traduce (fra cui Franzen, McCarthy e DeLillo, tanto per fare tre nomi) per accreditarsi come narratrice, e trovare una sua gradevolissima e limpida voce.
Il solo minuscolo difetto che si può rilevare (e voglio scriverlo, proprio perché si capisca che questa non è una marchetta, ma una recensione elogiativa meritata e sincera) sta in alcune scelte di traduzione o non traduzione: il testo di una commovente canzone è stato lasciato soltanto in inglese, mentre vengono scolasticamente spiegate espressioni alla portata di tutti come “fucking machines” o “main street”.
Altro pezzo imperdibile è La scelta della religione, un viaggio a episodi nella variegata (e pasticciata) galassia multireligiosa americana (fra cui spicca la descrizione di una strepitosa messa-jazz), che mi ha reso antipatici quei santoni escrementizi che si approfittano della gente manipolabile e ignorante, e simpatici i quaccheri e gli unitaristi, nonché le molto eretiche (ed erotiche) Sorelle della Perpetua Indulgenza. “Uno pseudo-Gesù seminudo con le pudenda coperte da uno straccetto cammina tra la folla al guinzaglio di una pseudo-suora in minigonna inguinale che lo frusta con un gatto a nove code…” “«Siete pronti a far incazzare un po’ di cristiani?» grida Sister Roma, in calzoni di paillette rosa, casacca nera, boa di piume rosa fissato sulla testa a mo’ di velo e faccia truccata da maschera kabuki. «Ma noi sappiamo che Gesù aveva il senso dell’umorismo! Sono loro che non ce l’hanno!» Sister Roma, all’anagrafe Michael Williams, è un membro di vecchia data delle Sisters of Perpetual Indulgence, l’ordine di suore travestite fondato a San Francisco con il motto “Va’ e pecca ancora” e con la missione di aiutare gli emarginati e promuovere i diritti umani, il rispetto per la diversità e l’illuminazione spirituale”.
E se queste suore travestite vi hanno scandalizzato, vi consiglio di andare a scoprire, poche pagine più avanti, le sconcertanti misure prese dalla gretta ipocrisia cattolica per tener lontani dalle chiese i senzatetto mediante spruzzatori ad acqua (non santa), e poi decidere quale delle due cose sia più blasfema, e quale abbia più aderenza col Divino grazie all’esercizio della generosità, della carità, della solidarietà, della comprensione umana, insomma dell’Amore.
Poi, a proposito di acqua, vi raccomando Katrina, un piccolo rabbrividente capolavoro ambientato nella New Orleans devastata dall’uragano.
Ed è solo per mancanza di spazio (e per lasciarvi un po' di sorprese) che non mi dilungo a dirvi quanto mi siano piaciuti TUTTI gli altri racconti: Lavanderia a gettone, Ganja Yoga, Misofonia, Il dentista ai tempi del Super Bowl, I jeans di Bruce Springsteen.

È sempre bello quando una lettura ti fa sentire affine alla persona che scrive, e qui sono assai numerosi i passi in cui, nello snodarsi delle sue (dis)avventure e peripezie, mi verrebbe da abbracciare fraternamente l’autrice. Come quando dichiara, nel cuore del racconto Dimmi come mangi, di far parte di quel meraviglioso manipolo di pazzi resistenti allo smartphone (quel “Nokia del 2001 con i tasti completamente cancellati dall’uso” somiglia tanto al mio!), o quando, più avanti nello stesso episodio, fa luccicare le parole – vera musica per le mie orecchie: “l’eccitazione di aver trovato una rara pepita di sincerità nel monotono deserto della correttezza politica”, o ancora quando esprime tutta la sua antipatia per i “techies” (nuovi stronzetti che si arricchiscono smisuratamente rendendo smisuratamente stupido e tecnoglionito il mondo). 
L’abbraccio diviene poi totale quando compare quella sua maglietta con la scritta “All Work and No Play Makes Jack a Dull Boy”, il saggio proverbio (diventato famoso con Shining) che esorta a lavorare meno e svagarsi di più.
Che altro dire? Che non nascondo il mio orgoglio per aver scoperto – non molto tempo fa – che Silvia (quando non vola negli States col marito americano) è praticamente una mia vicina di casa. Ormai è quasi certo: nel Major Lake del Middle West norditaliano dev’essere disciolto qualcosa di molto simile a una pozione magica.

Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.


martedì 16 agosto 2016

Eresia flash: POKNEURON – le equazioni che non vi dicono.

“REALTÀ AUMENTATA” = INTELLIGENZA DIMINUITA.

(Domandare referenze all’invornito mongoglionito in bicicletta e smerdofono-protesi cerebrale che stava per investirmi su un marciapiede: non solo era tutto preso nel tentativo di catturare un mostriciattolo inesistente che “stava” su una ringhiera, ma ne informava in diretta un altro pirla della sua stessa specie…)

L’equazione sembra banale ma è spietatamente perfetta, perché “intelligenza” significa (intra)vedere col cervello le cose che ci sono, mentre “realtà aumentata” significa vedere con lo smerdofono-protesi cerebrale le cose che NON ci sono.

Obiettivo primario della congiura inferiorizzante tecnoglionita è non lasciare tempo per leggere libri. Anzi, per accorgersi che i libri esistono… (ma vale anche per i film, per la buona musica, per qualsiasi cosa intelligente e/o stimolatrice dell’intelligenza). La congiura, con facilità disarmante, riesce a cambiare (a stravolgere) nel giro di giorni (o minuti?) il modo di stare al mondo della gente: oramai camminare guardando negli occhi chi incontri, o anche solo il panorama, è cosa più sorpassata e dimenticata di un carro trainato da buoi… Peccato solo che così i buoi diventeremo noi.

(E non a caso intelligere è parente stretto etimologico di leggere…)

Ma a colpirmi di più non è la cretinaggine tecnoglionita del giochino, né la sua pericolosità [e in entrambi i casi il peggio deve ancora venire] quanto il fatto di mettersi d’improvviso a fare tutti la stessa cosa. Quale feroce dittatore sarebbe mai riuscito a obbligare il popolino ad andare per le strade a cercare i Pokneuron? E invece adesso il popolino lo fa, ed è pure convinto di farlo spontaneamente [e pure in questo il peggio deve ancora venire].

sabato 16 luglio 2016

Mapporo Soldiers!

[C’è un episodio della mia giovinezza che ho sempre trovato così divertente da cercare, più volte, di infilarlo a forza dentro qualcuno dei miei romanzi, editi e inediti. Ma ne veniva subito espulso, mi ritornava a galla come un pesce morto, rivelando la sua natura di intruso, di corpo estraneo, forse proprio perché troppo vero e QUINDI macchiettistico, mentre nei romanzi il cabaret della vita deve essere sempre un po’ ATTENUATO. 
Ho così deciso, alla fine, di proporvelo qui, in regalo, come raccontino isolato (anche se, da un paio di indizi o forse più, i miei fedeli lettori non mancheranno di accorgersi che quest’ultima versione era stata “corradinizzata” in funzione… Mailand!)]

«Tonna Zùppeto?»

MAPPORO SOLDIERS!

In cerca di svago dai troppi pensieri, il pomeriggio successivo chiesi alla mamma le chiavi della Uno 45, attaccate a quel portachiavi coi pesciolini iridescenti che sguazzavano dentro un cuore di plastica, così colorati e simpatici che se non fossi stato un antimacho postmoderno me ne sarei di certo vergognato. Avevo in mente un giretto distensivo e senza meta per le strade semiagresti della Valcuvia, ma lei mi chiese, già che c’ero, un salto supplementare nella vicina Confederazione Elvetica per fare il pieno di benzina a basso costo, e siccome ci aggiunse i soldi per un rifornimento di dolciumi e sigarette al mentolo, non trovai nulla da obiettare. 
Il primo tratto fu pacificante come volevo, come avevo bisogno: avanzavo dentro una pioggerella fine fine lungo strade di campagna mai così ovattate, al calduccio nel mio involucro di lamiera e vetro come a bordo di un sottomarino, con Brian Adams a farmi compagnia nello stereo al ritmo gommoso del colpetti di tergicristallo intermittenti. 
Superai Luino contemplando di sfuggita il lago increspato, in quel tratto in cui il lungo e stretto Verbano somiglia a un fiume impetuoso, e m’inerpicai verso il valico di frontiera, cominciando ad avvertire vaghe contrazioni di stomaco: era la ben nota ansia da confine (per me che vengo da Shindar 9 queste barriere militarizzate fra voi terrestri sono incomprensibili) che però svanì come una pasticca solubile sotto la pioggia allorché alla dogana italica mi ritrovai davanti nientemeno che un famoso attore comico, vestito non da finanziere ma da carabiniere.

Abbassai il finestrino, e mi spuntò ‘sto sosia di Diego Abatantuono prima maniera, versione “Vade retro Saragat”. 
Era l’Abatantuono degli esordi, quello allucinato-arruffato-strepennato di Eccezziunale veramente, o di Sballato gasato completamente fuso
In divisa da carabiniere, coi baffoni e i riccioli neri che gli strabordavano da sotto il cappello, era credibile quanto poteva esserlo Gesù Cristo in sella a un sidecar nazista, o una Sofia Loren desnuda in piedi sulla motofalciatrice del signor Venanzio Stevanato. Mi sforzai in modo sovrumano per non scoppiare a ridergli in faccia. E quando attaccò a parlare fu pure peggio:
«Tònna zùppeto?», domandò cabarettistico e ruspante.
Restai un attimo interdetto. La mia traduzione interiore in “Torna subito?” non fu esattamente simultanea. 
L’Abatantuono strepennato era tale anche a livello sonoro. Inoltre la domanda suonava inconsueta e fuori ordinanza nella sua invadenza, ma io davanti alle divise, anche se contengono attori comici strepennati, mi cago sotto, e quindi mostrai deferenza e rispetto.
«Sì» risposi serio serio, «vado solo fin lì a far benza».
«Compumpakkètt’emmappòro?»
L’Abatantuon carìba mi stava porgendo dei soldi: quindi il suo non era un sondaggio preventivo da doganiere sulle mie intenzioni nel ramo importazione tabacchi. Nel tradurmi interiormente che ‘sto qui mi stava domandando se per favore non potevo acquistare un pacchetto di Marlboro per lui mi resi conto che eravamo al teatro dell’assurdo. Forse era una roba tipo candid camera. Conveniva abbozzare, e accettare sorridendo i soldi contati che l’Abatantuon carìba mi porgeva per andare a comperargli le sigarette all’estero. Massì, mi dissi divertito, nella mia stramba vita proverò anche questo: comprerò le sigarette all’estero a un doganiere in divisa, a questa pittoresca e in fondo simpaticissima apparizione, a questo cameo-solo-per-me (quanto sarà costato, alla Produzione?)

Ma in entrata alla dogana svizzera, che era posta in fondo a una discesina e in capo a un paio di curve, rischiai l’incidente diplomatico internazionale, e l’ansia da confine tornò a mordere le viscere. Le macchine, tutte di gente che come me andava a far rifornimento di carburante in culo ai prezzi italici e alle accise di ‘stopìrulo, passavano in modalità scorrevole, sfilando silenziose sotto le goccioline tiepide e sottili. Anch’io m’incanalai nel flusso, e come gli altri rallentai fin quasi a fermarmi, ma senza bloccarmi proprio, limitandomi a fare la faccia da niente-da-dichiarare e a un vago cenno d’intesa verso un paio di omini anziani in divisa grigioverde. Cenno d’intesa un crispius! D’improvviso venni pesantemente palettato da una sorta di Rambo, un giovine Rambo spuntato dal nulla e con una gran faccia da scorreggione: sembrava sponsorizzato da una marca di fagioli borlotti. Chissà perché, con me e solo con me Rambo Petegia s’incazzò. Forse era il famoso istinto selettivo bullo-vittima, o forse era giustappena montato di servizio, e mi ci ero imbattuto un secondo dopo l’inizio del suo rambesco turno. S’avventò addosso al mio cofano come un guerrigliero contro un tank nemico, e intimò l’ALT con una furia carognesca da Gestapo. Poi mimò l’ordine di abbassare il finestrino, possibilmente shnell. (O, come avrebbe detto ai tempi nonna Corinna, in svelta!)
Vuole le Marlboro anche lei? O è più tipo da brioche?, pensai di domandargli, ma fui abbastanza prudente da non aggiungerci il fiato.
«Sarebbe buona norma di creanza salutare il doganiere», mi disse Rambo Petegia con una cadenza talmente svizzerotta che il rischio di scoppiare a ridere fu ben più concreto e rovinoso che al cospetto dell’arruffato carìba da cabaret di poco prima. E giù un predicozzo sulla mia maleducazione e mancanza di rispetto, seguito da vendicativa richiesta dei documenti (tutti: carta d’identità, patente, club di Topolino, carta verde assicurativa) cui ovviamente Rambo Petegia non si limitò a dare una guardatina: se li portò dentro il casermotto per (far finta di) studiarseli mentre pisciava e beveva un caffè (o pisciava nel caffè), dopo avermi intimato di accostare a destra e spegnere il motore, in attesa di sapere se sarei potuto andare a far benzina o sarei stato più ragionevolmente fucilato sul posto.
Io stavo per rivelargli che ero in missione per conto di Abatantuono, ma poi magari lo stronzo la prendeva male e mi smontava la macchina. Quelli del ramo borlotti non si distinguono quasi mai per un gran senso dell’umorismo. Quindi, di nuovo, mi astenni.
‘Sto meteoritico represso d’un Rambo Petegia del put. Mentre buttavo via il mio quarto d’oretta di vita ad aspettare i suoi comodi, pensai che forse era parente di quel famoso arbitro svizzero che mi faceva sbellicare ogni volta che ne sentivo il nome: Cornù. Ma non gli avrei detto manco quello. Stavo diventando un ragazzo molto selettivo: cominciavo a capire che “con voi esseri umani” (come avrebbe detto il vichingo ellenico) un conto è pensare e un altro è dire. Tanto più in situazioni di tensione alle frontiere di Stato.
Guarda un po’ cosa ti va a capitare a un (non) studente di Diritto Internazionale!

In compenso, rientrando in Italia (al ritorno nessun Rambo al confine elvetico, doveva essere andato a sborlottare in der posto) fui sicuro che avrei potuto contrabbandare droga e kalashnikov senza intralci, che tanto l’Abatantuon carìba, che mi aspettava saltellando impaziente come un innamorato con le rose in mano in attesa della fidanzata ritardataria, non mi avrebbe di certo controllato…

A far benzina in Svizzera non ci tornai per un bel po’.


sabato 25 giugno 2016

Sperando di fare un regalo gradito, ecco in assaggio l’incipit di “Mailand”: un incubo premonitore (siamo nel lontano 1987) dell’odierna imbecillità politically correct.


1

Il lato interno delle parole



Le parole cadevano una dopo l’altra, i vocabolari smagrivano. Sotto i colpi di leggi e decreti, i cadaveri dei nomi delle cose si ammucchiavano come foglie autunnali al fronte, come soldati appollaiati su rami a tiro di cecchino. Nel giro di pochi giorni erano state espurgate dal catalogo del dicibile “mulatto”, “sordo” e “chiappe”. Poi, giusto in mattinata, era stato diramato il bollettino che mandava in pensione la bellissima parola “straniero”, e l’editore che aveva appena ripubblicato il famoso romanzo di Albert Camus fu obbligato a ristamparlo col titolo Il proveniente da altra nazione di pari dignità, ci mancherebbe, si figuri, grazie

[ ... ]

E le parole perite non di naturale disuso (come “purchessia” o “costaggiù” o “intelligenza”) ma di censura violenta, non avevano neanche diritto a una lapide commemorativa, perché lì sopra avresti pur sempre dovuto scriverle.


venerdì 17 giugno 2016

Risiko-Konrad. CESENA: presa!



Un affettuoso abbraccio alle splendide persone venute ad ascoltarci.
Il mio ringraziamento a Mirna della Libreria Giunti e all'ufficio stampa Neo (Francesca Fiorletta) per il sempre efficiente coordinamento.
E un Danke gigantesco a Tommaso Balbi.



p.s. 
Tengo a rivendicare che questo continua a essere il blog di un Cittadino Europeo.
In culo ai fasciopopulisti nostalgici delle guerre di trincea. 

giovedì 9 giugno 2016

ERESIE SFUSE IN SALSA ROZZA

I LOVE KI KAZZ ME PAR
 (e odio chi mi spar)

1 L’umanesimo obbligatorio e assoluto mi annoia (a Oxford direbbero che mi scagazza il ca**o) tanto quanto l’animalismo obbligatorio e assoluto. Ovvio che non amo un terrorista o un trafficante d’armi più di quanto ami il mio gatto Isidoro, e che la sorte del pettirosso che ho appena visto dalla finestra mi stia leggermente più a cuore di quella di un bracconiere fascista che picchia la moglie due volte al giorno, o di quella di un pirla che si vanta di non leggere libri. Altrettanto ovvio che non amo il pitbull senza museruola incrociato in passeggiata più di quanto ami i miei amici o le mie nipotine. Ovvio, soprattutto, che su tutto questo non abbia da rendere conto a nessun pretozzo o a nessuna superstar delle alte cattedre infallibili. Amen. 

2 Io posso anche arrivare a capire che qualche sindaco più o meno bigotto e più o meno omofobo, magari di non eccelso livello intellettuale o dal deludente spessore intellettivo si rifiuti di celebrare personalmente le unioni civili previste dalla nuova legge, delegando altri funzionari, per non sentirsi in imbarazzo. Al loro posto eviterei, però, di sbandierarlo e di vantarmene. 
E soprattutto non la chiamerei “obiezione di coscienza”. 
Quale coscienza? Coscienza INcivile?
E non staremo, in generale, esagerando con queste menate dell’obiezione di coscienza?
Se un pompiere si rifiutasse di spegnere un incendio e salvare delle vite, per obiezione di coscienza in nome del Dio Fuoco, che cosa faremmo? Continueremmo a pagargli lo stipendio rispettando la sua “coscienziosa” obiezione, o lo licenzieremmo con una sana (e coscienziosa) pedata nel cu**?
Forse, dovrebbe semplicemente passare il principio in base al quale, se sei obiettore rispetto a cose di vitale e civile importanza, NON PUOI FARE QUEL MESTIERE LÌ (e men che meno in apparati PUBBLICI).  

3 Sarò anche stronzo, ma a me “Non avrete il mio odio” continua a sembrare un'ipocrisia un po' esibizionista. Io li odierei se mi ammazzassero un cocker, figurarsi la moglie! Certo, vivere nutrendosi d’odio è la peggiore delle vite possibili. Ma negare, rimuovere, soffocare il naturalissimo odio verso chi ti ha fatto ingiustamente un male immenso e irreparabile è roba da reparto psichiatrico. O da bestseller furbetto.

4 Ricordo che pochi anni fa, per dare l’idea del successo del vecchio (bel) romanzo Stoner di John Williams, si sbandierava il fatto che l’edizione italiana aveva venduto BEN 80.000 copie. Quando soltanto in Olanda, Paese i cui abitanti superano di poco quelli della nostra Gallarate, ne erano state vendute 200.000, cioè due volte e mezza! Chissà, forse però da loro vanno di meno i libri “scritti” da cuocuzzi, cantanti, politici, sportivi, guitti, registi, deejay, ragazzotti you(mas)tu(r)ber e cazzoncelli famosi vari.
Forse da loro si entra ancora in libreria sentendosi un Lettore, e non un cazzo di telespettatore.

5 “Se ho del tempo libero preferisco un buon libro di Mario Rigoni Stern all’ultimo numero di Wired”. Carlo Ratti, un uomo che vive immerso nella progettualità ipertecnologica, riesce, nel corso di una bella breve intervista al Corriere della Sera, a citare ben quattro Scrittori: Rigoni Stern, Italo Calvino, Hemingway e Juan Rulfo. E chissà perché, tutto questo restituisce un briciolo di antropologica speranza persino a un pessimista apocalittico e totale come me.
In giro c’è ancora sete d’intelligenza. 
Non necessariamente artificiale.

6 Da scrittore originale e innovativo, amante di giochi e neologismi, non ho simpatia per le regole grammaticali troppo rigide o troppo vecchie. (Inorridisco quando vedo qualcuno usare ancora Egli invece di Lui, anche se formalmente è esatto). 
Devo dire però che su determinate regole, soprattutto fonetiche, sono rigido anch’io (per non parlare dello STUPRO delle Parole, tipo l’imbecillità micragnoso-risparmiatoria di scrivere “nn” invece di “non”).
Per esempio ODIO vedere scritto “c’avevamo” o “che c’azzecca”. Perché lì, delle due l’una: o hai il coraggio di essere davvero originale e sperimentale (e allora scrivi “ciavevamo” o “che ciazzecca”) oppure lo scrivi come si deve: “ci avevamo”, “che ci azzecca”. Altrimenti, in Italiano, ti piaccia o no, la “c” davanti alla “a” è DURA, e quel pastrocchio lì si legge: “CAVEVAMO”, “CHECCAZZECCA”… 

7 La sirena lugubre e minacciosa come un allarme antiaereo che da anni, vicino a casa mia, ulula prepotente per SEI volte al giorno, compresi Natale, Capodanno, 25 Aprile e Primo Maggio se non cadono di sabato o domenica (disinserirla richiederebbe troppa fatica, o troppa intelligenza) non è soltanto un esempio di irriguardoso (e, nel 2016, abbastanza inutile e anacronistico) inquinamento acustico: è anche molto indicativa della forma mentis padronale. Infatti, gli ululati d’entrata delle 8 e delle 13 sono preceduti di dieci minuti da un pre-ululato, che in pratica dice “niente scherzi, fra 10 minuti esatti dovete essere al lavoro”. Invece quelli d’uscita di mezzogiorno e delle 17 non hanno nessun pre-ululato che dica “ok, ragazzi, preparatevi a uscire”…
Visto che vi piace così tanto rompere i timpani (e i maroni) perché non farlo OTTO volte al giorno?

8(8) Sono molto FELICE di essere considerato “idiota” da uno come Gigi Buffon, a causa della mia dichiarata Diserzione dall’obbligatorio tifo patriottico-mameloide agli Europei. Forza Islanda! E forza Chiunque, tranne la squadra allenata dal signor Conte, e rappresentata da un portiere che non ha mai fatto mistero di amare il numero 88, nel suo significato più becero e fasciomachoide (nonché classico tipo da familyday che poi però... lasciamo perdere). Sei il più grande portiere di sempre, caro ragazzo. Ma non illuderti, nemmeno per un attimo, che questo ti conferisca in automatico ALTRE grandezze, men che meno morali o intellettive.


giovedì 2 giugno 2016

I veri Santi non frequentano i calendari


SANTISSIMO
ALAN TURING

Pare che grazie alla genialità di Alan Turing (il vero padre del pc con cui sto scrivendo) nel decrittare il codice Enigma dei nazisti, la seconda guerra mondiale sia terminata con almeno due anni di anticipo.
Risparmiando le vite di circa 14 milioni di persone.
In cambio, nel 2013, la regina Elisabetta II gli ha concesso, bontà sua, la Grazia Postuma. 
Nel 2013. 
La “Grazia”.
Per la condanna ricevuta in quanto omosessuale, che lo portò a subire la castrazione chimica e a suicidarsi nel 1954. 
Molto postuma, ‘sta grazia. 
Lentina, la vecchietta. 
Dio la salvi, se proprio deve. Se proprio vuole. 
Ma la cosa davvero tragicomica è che la nostra specie continui a definirsi Sapiens.
Quando di Sapiens ne nascono sei o sette ogni cento milioni (tranquilli, non mi ci sto contando pure io: sono a malapena un semisapiens, e neppure troppo sveglio).
Ne nascono sei o sette, o forse molti di meno, ogni cento milioni. 
(Mentre la mamma degli imbecilli, notoriamente…)
Sei o sette ogni cento milioni. 
Secondo stime ottimistiche, al rialzo.
Sei o sette ogni cento milioni, 
o forse moltissimi, moltissimi di meno.
E di solito finiscono male.
Perdonali, Alan Turing. Se proprio vuoi.
Anzi no. Non perdonarli mai.
Per l’insulto di quella stupida condanna (quando per l’immensità eroica della tua impresa avrebbero dovuto premiarti con un bel ragazzo a notte. Col permesso, volendo, di mangiartelo a colazione.)
E per l’insulto, ancor più imperdonabile, di quella cazzo di “Grazia”.
“Grazia” un bel pezzo di cazzo.
Al limite, gli chiedevate SCUSA. Inginocchiandovi su quelle ingrate real ginocchia.


martedì 31 maggio 2016

Risiko-Konrad. PARMA: conquistata! (O forse siete stati VOI a conquistare me...)


Era un lunedì pomeriggio, ma sembrava un sabato da festival letterario. Avrò sempre nel cuore i vostri sguardi attenti, i vostri sorrisi, quel vostro applauso. Grazie alle mie splendide presentatrici Federica Soprani e Giulia Siena. Grazie al Director del megastore Feltrinelli Roberto Ceresini. Grazie agli Amici Robert Christian Pared e Chiara Allegri, che ancora una volta si sono presi la briga di accompagnarmi e rifocillarmi nella loro meravigliosa città (consiglio a chiunque "Africa 2", pizzeria e cucina etnica di livello sopraffino). Grazie alle due giovani Amiche a cui per la prima volta ho potuto firmare una dedica: Cristina Taliento e Valeria Zangrandi - ringrazio la seconda per essermi anche venuta in soccorso con una penna, visto che la mia, come misteriosa tradizione ormai pluriennale, si è messa a fare le bizze dopo il primissimo autografo... Insomma, scusatemi se la sto facendo tanto lunga: volevo semplicemente dire GRAZIE a tutti. 
Danke Parma!




giovedì 26 maggio 2016

26 maggio 1934


82!

Qualche stronzetto sta già cominciando a blaterare che gli anziani, invece di godersi in pace la vecchiaia (quando ci riescono) debbono diventare “una risorsa”. (Molti di loro lo sono già: per gli sciacalli delle truffe).
Non vi bastava il Rigenitoraggio Geriatrico?
Cosa devono fare, ancora? Mettersi una scopa in culo e spazzarvi le scale?
E a volte gli tocca pure beccarsi dei “privilegiati”.
Non sopporto quel pauperismo ipocrita di strammerda che invece di prendersela con gli straricchi e coi parassiti disonesti mira a far sentire in colpa il ceto men che medio. Tipo te, papà. Dopo aver conosciuto la guerra da piccolo, dopo una vita da impiegato sfruttato, dopo anni terribili e grami in cui sei pure andato in rosso per la malattia della tua moglie adorata che hai perduto nel 2003 (e ovviamente non è quello il punto: avresti dato la vita per salvare la sua, ma era tardi, era impossibile), oggi hai una pensione decente che ti permette di andare al Mare (e se ne hai voglia, quando non c’è gente, pure in altalena, che è gratis), e di aiutare i figli in difficoltà (e difficoltà è un eufemismo, se uno dei due è un pazzo cocciuto che vuol fare lo Scrittore), nonché un paio di associazioni che per ringraziamento si sono vendute il tuo indirizzo, intasandoti la cassetta della posta di richieste inesaudibili – e facendo per il resto la vita frugale del più semplice e morigerato dei monaci. Cazzo, signor Pierluigi! Vergogna! È tutta colpa tua se nel mondo muoiono di fame! Colpa del tuo vivere strafogato nel benessere! 
Ma andatevene affanculo!
Scusa se mi sono sfogato al posto tuo. Tu non l’avresti mai fatto. Sei troppo buono. È una debolezza che ho ereditato da te. Ma non quando maneggio le Parole: allora mi trasformo nel supereroe, nell’highlander – allora divento l’incazzato SuperNick.
Ma ho perso il filo persino io. Cos’è che volevo dirti?
BUON COMPLEANNO PAPÀ.
Ti voglio bene. (E adesso nevicherà, perché quest’ultima cosa credo di non avertela mai detta, e in verità non so neppure se te la farò leggere).