"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

CORRADINO È ADULTO. E SUA MADRE STA MORENDO.

CORRADINO È ADULTO. E SUA MADRE STA MORENDO.
IL MIO LIBRO PIÙ ATTESO. IL MIO AMORE PIÙ GRANDE. LE MIE LACRIME PIÙ VERE.

giovedì 22 febbraio 2018

Frammento n°22

Diventare, proprio adesso e verso tutti, più buono, generoso, disponibile, paziente, altruista, diventare più… donna?

Frammento n°21

Vado a farmi un giro a Varese. Piazzo la mia scommessina alla snai, vado in libreria a comprare un Maigret per la mamma e un Philip Roth per me. Poi mi fermo all’Esselunga di Masnago e prendo al volo un paio di confezioni di succo di mela e qualcosa per la Marilù del bosco. 
Quando torno, la mamma mi ringrazia “per la bella sorpresa” (due succhi di mela!) 
Questa donna ha dato così tanto e ricevuto così poco, che ti senti Santa Claus a portarle due cartocci di succo di frutta. 

domenica 4 febbraio 2018

Nicola Pezzoli - AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI


Corradino è adulto. E sua madre sta morendo.

Io sono come una rana in uno stagno asciutto.
(Maitri-upanisad, I, 4)

La forma di questa Persona è come una veste color zafferano, 
come lana bianca, come una lucciola, come un fiore di loto, 
come il balenio di un lampo improvviso…
(Brhadaranyaka-upanisad, II, 3,6)


Un figlio trentaseienne, “scrittore fallito e sceneggiatore mancato”, accudisce la madre malata nei suoi ultimi quattro mesi di vita. Una storia d’amore e dedizione, tratta da uno struggente diario scritto con lacrime e sangue nell’estate del 2003, la più calda e maledetta di sempre. Un romanzo che non è soltanto intimo e poetico, ma diviene anche un lucido, impietoso catalogo delle macerie di un mondo al collasso – intellettivo, climatico e morale. Più di quattrocento pagine che riescono a emozionare, indignare, commuovere, ma che rifuggono dai lamentosi cliché del pietismo ricattatorio e della pornografia del dolore: ci si ritroverà anzi, più volte, a ridere di gusto, con quel senso di spiazzante stupore dato dall’impossibilità di scorgere netti confini fra le partiture comiche e quelle tragiche. Come sempre succede allorquando ci si ritrova al cospetto di un vero scrittore. 

Incipit

Poserò qui, come sopra un altare, le inadeguate parole del mio amore per te. Poiché ultime a svanire saranno sempre loro: quelle dolci come “mamma”, quelle orrende come “cancro”, quelle sbagliate come “oxiliplatino”.
Oxiliplatino era una bella parola intesa male: fantomatica nuova chemio sperimentata in Francia cui sentii accennare una sola volta – per te era comunque troppo tardi – e che mi riempì di emozione, perché il suono “oxili” richiamava “ossigeno” e “ausilio”. Mentre “oxali” (scoprii per caso, molto più avanti, che il termine giusto era “oxaliplatino”) mandava un tanfo d’ossa marce e di tomba.
Una parola che non esiste per curare un male che non si può curare: non riesco a immaginare disperazione più grande.


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martedì 30 gennaio 2018

“Fai bene a guardare quel campo. Perché tu non ci metterai mai piede”

Fototessera adolescenziale, alcuni mesi fa


ANTROPODINAMICA SOCIALE


Mafia, bullismo, mobbing: a 16 anni provai sulla mia pelle queste belle cosine, tutte in una volta. Arrivai in una nuova squadra di calcio. Era il mio anno migliore, e nelle partitelle segnavo gol a grappoli: di sinistro, di destro, di testa, di tacco al volo alla Paulo Roberto Falcao, con tiri da lontano o entrando in porta col pallone dopo averne dribblati tre o quattro. 
L’allenatore passò da una prima fase in cui mi illudeva per pungolare il centravanti titolare scarso (“Dovrò far giocare quello nuovo: chèl lì el fa gol!”) a una seconda fase in cui prese a maltrattarmi sistematicamente, al limite del sadismo e della persecuzione, per spingermi ad andarmene. Ma io stupidamente non mi arrendevo, e continuavo a farmela in treno, più tre chilometri a piedi tutto solo al buio, per tre sere la settimana. 

Alla fine arrivò a emarginarmi facendomi svolgere tutto un allenamento in disparte, lontano, come succede soltanto nelle squadre professionistiche ai ribelli messi fuori rosa. Al rientro negli spogliatoi sbottai in un pianto irrefrenabile. Fu l’ultima volta che mi videro. 
Qualche settimana prima, il centravanti titolare scarso mi aveva raggiunto presso la rete che separava il campetto d’allenamento dal campo grande, e in un orecchio, con sfottente arroganza, mi aveva sibilato: “Fai bene a guardare quel campo. Perché tu non ci metterai mai piede”.

Ogni sera il centravanti titolare scarso arrivava e ripartiva in macchina con l’allenatore. Non sono ancora riuscito a perdonarli. Eppure dovrei essere grato, a quelle due belle personcine. Perché mi hanno aperto gli occhi sui tre pilastri su cui si basa l’antropodinamica sociale: mafia, bullismo, mobbing.

(Buon compleanno, Nick!)


giovedì 25 gennaio 2018

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE - Assaggi da un romanzo prossimo venturo

[Estate del 1980: il tredicenne Corradino sta trascorrendo una vacanza nella Svizzera Tedesca, ospite di alcuni lontani parenti]


Dalla seconda parte del capitolo 6 ("Chiavi in meno"), l'episodio degli stronzi di pietra.


"Il culmine della mia giornata fu quando una specie di vecchia coi capelli biondi tinti irruppe nel bagno mentre tentavo di cagare. Perché l’unico difetto del cugino Bernardo e di Martina Weckerli era lo sfizio intellettuale – un misto di Woodstock e sessantottismo bohémien – di lasciar volutamente sprovvista di chiave la porta di quel così delicato localino, e questo era l’unico lato di loro che non solo non approvavo, ma proprio, con tutto me stesso, detestavo. La barbagianna intrusa si mise subito a pigolare «Ooh, scussi, scussi», con vocina stridula e imbarazzata, poi richiuse la porta e se ne andò. 
Ma intanto mi aveva inibito i complicati equilibri psicointestinali dell’evacuazione.

Questi svizzeri erano proprio incomparabilmente più civili, checché ne dicano i brubrù italici amanti dei rifiuti nei boschi, degli sputi per terra, delle cacche di cane sui marciapiedi e dei pacchetti vuoti di marlboro gettati dalle auto in corsa. Solo che a volte certi aspetti di civiltà possono rivelarsi controproducenti. Per esempio questi svizzeri di cui ero ospite non usavano chiavi. Proprio da nessuna parte. L’unica chiave da loro conosciuta era quella per avviare la duecavalli color panna. Se le macchine fossero partite in altro modo, quello di “chiave” sarebbe stato presso di loro un concetto sconosciuto, o quantomeno superato. Tenevano sempre tutto aperto. La porta d’ingresso, il portone da basso, perfino l’atelier che era zeppo di opere d’arte e materiali costosi. E se l’essere senza chiave della porta d’ingresso di casa può darti la piacevole impressione di stare davvero in un posto tranquillo, in un luogo di fiaba dove niente di male ti potrà mai accadere, dove i ladri o non esistono o si sono beccati l’ergastolo preventivo dopo la prima merendina rubata all’asilo, e dove gli attentatori bombaroli vengono individuati e strozzati in culla da Alexander Schwartz, lo stesso non si può dire dell’assenza della maledetta chiave nella maledetta toppa interna di quella cazzo di porta del cesso.

Non che la vecchia pigolante mi avesse visto nudo: quando stai assiso su quel trono coi pantaloni arrotolati non si vede mica niente, ma da quel momento in poi rimasi terrorizzato dal possibile prodursi di altre irruzioni consimili e violazioni mangiacrauti della mia intimità, e a un certo punto maturai la decisione che per qualche giorno avrei potuto benissimo tenerla.
Ma quando fai così per troppi giorni, poi finisce che gli stronzi (nel senso di “pezzi di sterco”, come il vocabolario di casa mia definiva l’unica parolaccia che vi si potesse reperire all’epoca) diventano vendicativi e fanno le rappresaglie. Le rappresaglie degli stronzi consistono nel fatto che diventano di pietra. Dicono, questi stronzi: “Non mi hai lasciato uscire quando volevo? E allora io adesso divento di pietra e non esco mai più, fino a quando non crepi intossicato!”

E allora, a metà della settimana successiva, ci fu una mattina in cui il cugino Bernardo ci portò al piccolo rigoglioso parco che stava in cima alla via, la lunghissima Non So Più Che Cazzen Strasse che ci ospitava. Luogo incantevole e mattina incantevole, non fosse stato che io avevo gli stronzi di pietra vendicativi nel colon che mi davano il mal di pancia e le allucinazioni mistiche, tipo dromedari che si arrampicavano in cima agli alberi al posto degli scoiattoli, cigni fosforescenti appollaiati sui rami invece che nel loro laghetto, e nel laghetto elefanti marini che felici emanavano fagotti di feci enormi e scivolosi come tonni vivi.
Tenerla non si poteva più: nella pancia avevo ormai una pietraia. Non che tecnicamente mi scappasse: era quello il dramma, gli stronzi di pietra mica scappano, non sono vigliacchi, sono pigri, stanno benissimo comodi nella pietraia, loro. Solo che il mal di pietraia ti fa capire che o trovi il modo di dar luogo allo sgombero, di farli smammare, oppure schiatti, scoppi, muori. Ero lì lì per chiedere a qualcuno di aprirmi il ventre con un coltellaccio, dal male che mi faceva: una provvidenziale cagata cesarea.
Vicino a un liriodendro gigante c’era un piccolo svizzerissimo cesso (bello, pulito, profumato, con la chiave per chiudersi dentro) e io mi ci rifugiai in cerca di salvezza, mentre il cugino Bernardo, Dora e Damien nel suo carrozzino vagolavano per il parco che già conoscevano come le loro tasche e avrebbero voluto far conoscere a me, e si armavano di umana pazienza per far passare, senza troppo farmeli pesare, i cinque, dieci, quindici, venticinque minuti necessari al mio arduo, possente, doloroso sforzo di travaglio escrementizio.

Ora, dovrò dire che la parlata svizzero-tedesca è di solito qualcosa di ritmico-incalzante-ferroviario (a maggior ragione in una città come Zug che vuol dire anche "treno"), ma molto pacifico e quasi muliebre, del tipo “Telerùnfete-stròmfete-rànkete, likka-lokka, kùuuet”… (il parlante-tipo che bisogna immaginare è un Sigfrido alpestre vagamente effeminato, con le gote paonazze e la barba marroncina, e un piccone che usa solo per scalare le rocce, previa autorizzazione scritta). 
Ma se tu stai chiuso barricato tre quarti d’ora al cesso pubblico monotazza del parco per via che hai gli stronzi di pietra, e fuori qualcuno ha bisogno, quello non si metterà a dire “Kùuuuet” in modo pacifico e muliebre: si metterà invece a inveire-smadonnare in modo piuttosto teutonico e viepiù minaccioso, non più da rossocrociato terùn dei tùder, ma proprio da tedesco di quegli altri là di sopra, e a comportarsi come un rastrellamento. 
Vien da pensare che se gli dicessi qualcosa in Italiano, o peggio ancora un timido “Eine moment!” con inconfondibile e facilmente smascherabile accento italienish, dentro quel cesso potrebbero piovere granate. Allora taci, e raddoppi gli sforzi, e preghi quegli stronzi degli stronzi di pietra di smetterla di fare gli stronzi, e di venire fuori, se ne hanno il coraggio.

Nel momento clou, in cui ormai mi giocavo la vita, mi aggrappai con le mani ai polpacci, stringendoli forte, mentre sentivo la testa implodere: stavo spingendo anche con le meningi. Lo sforzo sia con te, Corradino!

Alla fine, dunque, ci riesci. 
E quando alla fine esci da quel cesso, sotto gli occhi truci della gestapo pisciona teutonica che non t’incenerisce solo perché ha dimenticato a casa il lanciafiamme (e perché per fortuna si tratta a occhio e croce di un ottantacinquenne), hai le membra sfinite, il viso tirato e l’anima felice della donna che abbia appena partorito.
Sì, quegli stronzi di pietra svizzeri erano stati i miei primi figli."



venerdì 19 gennaio 2018

L'EUTANASIA NON È UN CAPRICCIO


1 A chi su certi argomenti continua a non voler capire, provo a consigliare tre film (anche se so che trattasi di causa persa: l’ottusità umana è quasi sempre un muro inscalfibile): “Mare dentro”, “Le invasioni barbariche” e “Million dollar baby”. 
Ci sarebbe pure “You don’t know Jack”, che poi nella traduzione italiana diventa alquanto pedestremente (e poco onestamente) “Il dottor morte” (il titolo originale ha un doppio significato: voi non conoscete Jack e voi non capite un cazzo), con uno strepitoso Al Pacino nei panni dell’angelico Jack Kevorkian, ma quello è un film introvabile, e un po’ troppo intelligente, un po’ troppo “oltre”. L’angelo Jack, che oggi ne avrebbe avute sia per gli italioti neocavernicoli (costretti a considerare un luminoso progresso l’essere approdati, nel 2017, a un biotestamento monco e aggirabile da fanatici obiettori, in cui le parole Eutanasia e Suicidio Assistito restano tabù) sia per gli esosi svizzerotti (migliaia di vergognosi euro per farsi aiutare a morire dignitosamente!) «NON CI SI PUÒ’ FAR PAGARE UNA COSA DEL GENERE. CHE DOMANDE SONO». Ascoltatelo:



2 (LOBOTOM)ITALIAN WAY
La legge sul Biotestamento rappresenta un passo avanti verso la Civiltà: un passo notevole anche se al tempo stesso MINUSCOLO e deludente. Non sono previste né Eutanasia né suicidio assistito, ma del resto non siamo un Paese del Nord Europa, siamo la vatikalia. Per quei malati terminali che sono ancora coscienti, e che soffrendo in modo dilaniante e indicibile vogliono potersene andare in pace e dignità, resteranno sempre le (tristissime) strade di adesso: la fuga clandestina nell’esosa Svizzera (si parla di diecimila euro, e non tutti ce li hanno) o la soluzione fai da te, alla Mario Monicelli (e qui ne approfitto per mandarti un bacio, meraviglioso Artista!) 
Per non parlare del pericolo di finire intrappolati in una struttura dove sono tutti simpatici obiettori (già: il biotestamento italian way NON sarà vincolante per il medico).
Ma che dire di chi riesce ad opporsi perfino a questo minimo, davvero minimo compromesso di nuove norme compassionevoli, intelligenti e umane?
Stendiamoci sopra un peto veloso!



3 IL MIO TESTAMENTO
Se un giorno dovessi soffrire troppo, ma fossi ancora cosciente e autosufficiente, mi procurerei da solo, in un modo o nell’altro, la mia dolce, dignitosa e sacrosanta Eutanasia. 
In caso contrario, non consegnerò inutilmente il mio Testamento alla truce e inaffidabile società vatikaliota dei fanatici obiettori e dei Paladini del Dolore (altrui), ma lo consegno ai miei Amici più cari e più veri: 
AIUTATEMI VOI. (E sia maledetto per sempre chi dovesse impedirvelo).


giovedì 11 gennaio 2018

IO E PAUL AUSTER: MERAVIGLIE E MISTERI DELLO SCRIPTORIUM COSMICO




 

Di sicuro si tratta solo di misteriose e affascinanti coincidenze (e non lo dico in senso ironico). Coincidenze che mettono un po’ i brividi. Ma mi piace immaginare (proprio nel senso di fantasticare) di aver magicamente contribuito a far rifiorire l’ispirazione del grandioso Paul Auster, il mio scrittore preferito, che negli ultimi anni sembrava essersi irrimediabilmente inaridita.
Nel 2012 pubblicai “Quattro soli a motore”. Il libro recava una doppia dedica: “A mio padre. E a Paul Auster”. Una cosa che non si fa quasi mai, dedicare un romanzo a un altro autore (in seguito l’avrei fatto anche per Paolo Zardi), ma a lui mi sentivo legato da un legame invisibile, difficile da spiegare.
L’ho sempre considerato un fratello maggiore (anche se, avendo 20 anni più di me, tecnicamente potrebbe essermi padre) un po’ perché ne adoro la scrittura, e un po’ per il fatto che pure lui ha esordito molto più tardi di quanto meritasse, dopo aver rischiato addirittura, incredibilmente, di non farcela. (Anche se le rispettive voci sono assai dissimili, come ben esemplificato dalle nostre autoproduzioni adolescenziali: lui un giornalino serio che imitava i giornali veri, io… L’Inkazzo Periodiko!)
Su una copia di Quattro soli scrissi una seconda dedica di mio pugno, e decisi di spedirgliela. Non riuscendo a procurarmi il suo indirizzo di New York, su suggerimento della mia splendida amica Giacinta, anche lei innamorata della scrittura di Paul, domandai all’ufficio stampa del suo editore italiano (Einaudi) il favore di inoltrargliela. Cosa che probabilmente non è mai stata fatta, o in ogni caso non è andata a buon fine, altrimenti penso che uno come Lui mi avrebbe mandato, o fatto mandare da una segretaria, due righe di ringraziamento.
Non so neppure se Paul Auster sia in grado di leggere un testo in Italiano. E comunque. Ho da poco finito di leggere il suo nuovo, mastodontico “4 3 2 1”.

In “Quattro soli a motore” c’è un bambino che rischia di morire strozzato da una caramella che gli è andata di traverso, e la madre lo salva prendendolo per i piedi e scrollandolo a testa in giù.
Anche in “4 3 2 1” c’è un bambino che rischia di morire strozzato da una caramella che gli è andata di traverso, e la madre lo salva prendendolo per i piedi e scrollandolo a testa in giù.
In “Quattro soli a motore” il protagonista non riesce a essere triste al funerale di zia Trude, perché era una persona ottusa, orrenda e cattiva che lo trattava male.
In “4 3 2 1” il protagonista non riesce a essere triste al funerale del cugino Andrew, perché era una persona ottusa, orrenda e cattiva che lo trattava male.
In “Quattro soli a motore” si parla dei misteri dell’infinitamente piccolo, a proposito di una certa astronave «grande come la capocchia di uno spillo di un mondo racchiuso dentro un altro spillo che stava dentro un altro spillo che stava dentro un altro che stava dentro un altro ancora…»
Anche in “4 3 2 1” si parla dei misteri dell’infinitamente piccolo, a proposito di un particolare gioco di immagini sulle etichette delle confezioni di due diversi prodotti, burro e fiocchi d’avena: «un mondo che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo…»
In “Quattro soli a motore” il protagonista scrive sul Taccuino rosso di Wolfsburg una potente maledizione contro chiunque gli abbia fatto un torto.
In “4 3 2 1” verso la fine leggiamo: «Il taccuino scarlatto contiene una violenta maledizione contro chiunque mi abbia fatto un torto». (Ma qui devo dire che alla fascinazione per i “taccuini” il buon Paul è arrivato MOLTO prima di me).
E il mio Corradino di Quattro soli si mostrerà eccessivamente protettivo nei confronti della madre rimasta vedova: 
«le donne che scelgono uomini sbagliati sono portate a ripetere l’errore. E io non avrei mai permesso che la mia fata finisse con un altro Videla, o in custodia da qualche femmimaschio lampadato del circolo tennistico». 
Anche una delle diramazioni-Ferguson del “4 3 2 1” di Auster si mostrerà eccessivamente protettivo nei confronti della madre rimasta vedova: 
«era sempre stata la paura più grande di Ferguson, vedere la madre perdere la testa per un buffone che la riempiva di paroline dolci e poi svegliarsi una mattina scoprendo di aver commesso l’errore della sua vita». 

Quello che vorrei dirti, Paul, se tu fossi in ascolto, è che anche nella remota ipotesi che tu avessi scopiazzato qualcosa, io non lo considererei un plagio o una grave scorrettezza, ma un onore, e ne sarei orgoglioso e lusingato. Perché ti voglio bene. Perché sono io a sentirmi in debito con te, per aver potuto leggere i tuoi più meravigliosi romanzi (dalla “Trilogia di New York” a “Moon Palace”, dal “Libro delle illusioni” a “Follie di Brooklyn”, dalla “Notte dell’oracolo” a “Timbuctù”) nel periodo più difficile e oscuro della mia vita, più di dieci anni fa, quando la mia strada di scrittore sembrava essersi interrotta ancor prima di cominciare davvero. E perché forse siamo davvero in contatto con gli stessi Dèi della scrittura: forse siamo anime sorelle.
Ma c’è soprattutto un altro sconvolgente accadimento, che mi fa sentire in debito. 
Tanto, tanto tempo fa, mentre abitavo nel cuore febbrile del cantiere del romanzo che sarebbe diventato “Quattro soli a motore”, chiesi espressamente agli Dèi della Scrittura “un’idea alla Paul Auster” che mi mancava per quella storia. La domandai prima di immergermi nell’acqua della mia vasca da bagno in un tardo e buio pomeriggio di novembre. Quella vasca che a volte chiamavo “il mio piccolo Gange di purificazione”, che forse è anche un Portale verso dimensioni a contatto diretto col Logos, e dentro cui un giorno, quando sarà venuto il momento, potrei annegarmi per trovare la Pace. 
Tenni le luci spente e, tra i vapori del bagno caldissimo, mentre un’oscurità protettiva si faceva largo attorno a me, facendo sembrare luminoso il crepuscolo gelido che c’era oltre la finestra, quell’idea, puntualissima, venne. Una delle più geniali mai usate in un mio libro: la scena in cui Corradino si addentra in una sconosciuta, immensa biblioteca in cui lo attende la rivelazione di un prodigio che lo riempirà di terrore e sgomento: migliaia di libri tutti uguali, piccolissimi, dalla copertina rossa come il suo portentoso Taccuino di Wolfsburg, su ognuno di essi un’etichetta col nome “Corradino” e una data, e dentro ognuno, scritta a matita, la cronaca minuziosa di un giorno della sua vita. Passata e futura. E pagine bianche per tutti i giorni di vita potenziale in cui lui sarà già morto. Non aggiungo altro, per non rovinare il piacere a chi non avesse ancora letto un libro così bello. [Aggiungo però che poi, in “4 3 2 1”, scopro che ci sono pagine bianche al posto dei capitoli in cui il protagonista, in quelle diramazioni della sua quadrupla vita, è già morto, e allora da un lato mi ritornano i sospetti, mentre dall’altro mi convinco che io e Paul Auster attingiamo veramente allo stesso Portale intellettivo/emotivo d’ispirazione psicocosmica!]

Mettiamola così: anche se sono (VOGLIO essere) sicuro della tua buona fede, se “4 3 2 1” fosse uscito prima di “Quattro soli a motore” la scoperta di queste coincidenze mi avrebbe fatto sentire un poco in imbarazzo. Essendo uscito 5 anni prima “Quattro soli a motore”, per la mia parte posso essere sollevato, mentre per la tua posso augurarmi (o addirittura sperare) di essere stato fonte d’ispirazione per te. Anche se so che non è stato così, e che non ne avevi nessun bisogno.

Chiudo con l’ultima coincidenza da brivido, con l’ultimo segno. 
Stavolta coincidenza pura, riguardante la vita e non le scritture.
A capodanno dell’anno in cui avrei insperatamente trovato un editore per il romanzo che sarebbe diventato “Quattro soli a motore”, a mezzanotte mi trovavo solo in casa con mio padre, lontani anni luce dalla spetardante cagnara, e brindai insieme a lui. Caso più unico che raro, festeggiammo con una bottiglia di champagne, perché qualcuno ce l’aveva regalata per Natale. Inavvertitamente urtai la bottiglia appena stappata, e rovesciai alcune gocce di champagne, che andarono a spruzzare la copertina di un libro. 
Quel libro era “Sunset Park”. Di Paul Auster.

Dimenticavo: “4 3 2 1” è un libro meraviglioso. (Tranne forse le parti un po’ noiosette, risapute e inevitabilmente “già lette” in cui parla dei primi baci alle ragazze: forse Paul avrebbe fatto meglio a ispirarsi al bacio mancato fra Corradino e Cristina dopo la consegna del latte alla Marilù del bosco. Poi per fortuna spunta anche una sconvolgente esperienza gay, in seguito alla quale “Ferguson 3” si scoprirà, grazie al cielo, bisex – e meno male: sarà questo, non sarà questo, ma la terza diramazione-Ferguson è di gran lunga la più dolce, interessante e originale del romanzo). 
Nel complesso, “4 3 2 1” non ha proprio niente a che vedere con “Quattro soli a motore”. 
Se non li avete letti, fatevi del bene e regalateveli entrambi.



giovedì 4 gennaio 2018

UOMINI CHE MERITANO DI ESSERE RICORDATI

Jean Jaurès

Jean Jaurès, pacifista francese, nel 1914 tentò di convincere gli operai francesi, tedeschi, inglesi, austriaci e russi a rifiutarsi di combattere. 
Come spesso accade ai pacifisti e ai non violenti ogni volta che diventano “pericolosi”, Jaurès fu assassinato da un imbecille patriottardo, per la gioia di politici boia, cinici generali granmaiali e industriali fabbricanti di armi. 
Di sicuro non sarebbe comunque riuscito a impedire la Prima Guerra Mondiale, ma la sua morte può essere considerata come simbolico “via libera” a centinaia di migliaia di giovani per farsi beatamente sbudellare in nome e per lurido conto delle rispettive Cagne Patrie, trasformando una folle disputa di cortile fra stronzi parentucoli (lo Zar di Russia, il Kaiser tedesco e il Re d’Inghilterra erano CUGINI!!!) in un’apocalisse mai vista prima. Sarebbero crepati a milioni, sotto i colpi di pallottole, bombe, armi chimiche, fame e malattie. Ma gli erano state inculcate immagini così romantiche e all’acqua di rose, sulla guerra, che tutti quei poveri disgraziati cantavano entusiasti ed eccitati sui treni che li portavano al macello. Persino la migliore gioventù canadese e australiana venne convinta ad arruolarsi volontaria, per diventare carne putrefatta ramazzata via a tonnellate dal tabellone del risiko dei porci.

Ricordate insieme a me questo nome: Jean Jaurès.
Dopo averlo casualmente conosciuto (confesso la mia precedente ignoranza) grazie a un documentario su National Geographic, mi chiedo se un personaggio come Jaurès non avrebbe dovuto occupare un lungo capitolo di ogni libro scolastico di Storia che si rispetti. 
Non so come vada oggi, ma a me e ai miei compagni, ancora negli anni Settanta e Ottanta (cioè l’altroieri!) si preferiva invece imporre l’orgogliosa e sanguinaria visione patriottarda, facendoci imparare a memoria, e cantare a squarciagola, “La leggenda del Piave”. 
NON PASSA LO STRANIERO, ZUMZUM!

Be’: la prossima volta che qualche mascalzone vi dirà di trucidare o di lasciarvi trucidare nel nome di qualche bandierina (e del suo conto in banca), ricordatevi di J.J., e di come il Cuore e il Cervello, se usati, avrebbero potuto, nel 1914, salvare le vite di centinaia di migliaia di poveracci.


martedì 19 dicembre 2017

BUONE FESTE A TUTTE LE ANIME GENTILI



Buone Feste a tutte le Anime Gentili. 
Passate bei momenti, possibilmente lontano dalla ressa e dalla cagnara. Dedicatevi a cose piacevoli e gustatele a fondo, lentamente. Contemplate la bellezza, e createla dove non c’è. Coccolatevi e coccolate. Regalate dolcezza e tenerezza. Buttate via l’orologio e la sveglia. 
Imparate a sognare una rivoluzione soffice e intima. 
Riappropriatevi delle vostre vite.
Chi vuole stacchi un bacio dal mio albero, lo tenga per un po’ sulle sue labbra, e poi lo soffi via nel vento perché germoglino altri baci.
Ciao. 

"Stella diurna"

giovedì 14 dicembre 2017

ELOGIO DEL DISERTORE

"VI TENGONO PER LE PALLE"


«A place to stay, enough to eat»
(Pink Floyd, The gunner's dream)

«È assodato che l’esistenza di gente che rifiuta di partecipare
alla grande corsa a handicap per qualche monetina, rappresenta
un insulto e un disinganno per chi invece vi partecipa»
(Robert L. Stevenson)


In apparenza la scelta è tra vendere o essere venduti, sfruttare o essere sfruttati. Ma la realtà è ben peggiore: perché il bravo venditore è uno che deve in primo luogo vendere, ogni santo giorno, se stesso e la propria anima, e ogni sfruttatore non è in fin dei conti che uno schiavo di lusso.

Vi vogliono intelligenti abbastanza da capire gli ordini, conformarvi al sistema, far funzionare delle macchine, competere con altri uomini derubati del tempo e della vita, allevare altri pezzi di ricambio fottuti in partenza. 
Non meno intelligenti di così, ma di sicuro non di più. 

Per cui, ragazzi, se tutti ma proprio tutti quelli che avete attorno sono fieri e soddisfatti di voi, di quello che studiate a memoria per prendere voti alti in aride materie economiche, tecniche o giuridiche, della vostra adesione sempre più precoce al coppiettismo etero obbligatorio, e di quei bei lavoretti estivi che vi vantate di autoinfliggervi “per non essere di peso ai genitori” anche qualora i genitori fossero milionari, be', forse dovreste chiedervi in cosa state sbagliando, domandarvi cosa diavolo vi stia tragicamente sfuggendo.

Quando un sistema è basato su merda & catene, di libero e immacolato rimane il Non Esserci.




mercoledì 6 dicembre 2017

SUI VANTAGGI DELLO SCRIVERE IN INGLESE

(Pessima, meravigliosa idea)


ITALIANS DO IT WORSE

Il ragionamento sul bacino d’utenza anglofono, che sento ripetere da più parti, l’ho spesso fatto anch’io. 
Ritornassi all’adolescenza, non studierei altro che l’Inglese, fino a diventarne così padrone da saperlo usare per iscritto come fosse la mia lingua madre, e poi VIA DI QUI. (Con la morte nel cuore, certo, perché l’Italiano è davvero meraviglioso, ma purtroppo ben pochi di coloro che lo parlano ne sono degni…)

Perché c’è poi un’altra acre verità: gli italiani leggono pochissimo (in compenso sono i primi al mondo per protesi cerebrali, cioè smerdofoni pro capite, e se ne vantano pure) e leggono male: di nostrano mandano in classifica quasi esclusivamente la sottopupù che viene smarchettata in tv, ma anche i grandi autori stranieri non è che vengano comprati all’ingrosso: quando esce un nuovo Auster o un nuovo Vargas Llosa subito schizza ai primi posti in Paesi come la Danimarca o la Svezia o la Francia; da noi schizzano in alto solo le famigerate (1)50 flatulenze vaginali. 

Mi torna in mente il fenomeno “Stoner”: capolavoro o no che fosse (comunque un buonissimo Romanzo) l’editore italico considerava un trionfo averne vendute ottantamila copie, mentre nella sola Olanda, che supera di poco gli abitanti delle nostre Gallarate e Busto Arsizio messe assieme, se n’erano vendute più di duecentomila.
E non stiamo parlando di un autore olandese.

Oso aggiungere al volo un altro punto dolente: la massa di professorini spocchiosi e baroncini barbosi, spesso ideologizzati e spessissimo incapaci, che ha preso in ostaggio la nostra pietosa e paralitica "grande editoria", installandovisi pervicacemente e diffondendosi come un cancro, e che sembra avere come principale scopo mortificare i veri talenti e sfornare a getto continuo soldatini mediocri e senza idee (a cominciare da loro stessi, ogni giorno meno propensi a resistere alla tentazione di giocare a fare gli autori), che (ri)scrivono (maluccio) sempre le stesse cose.

Probabilmente all’estero (con ovvie eccezioni, perché di merdseller ce ne rifilano tanti, troppi, anche da lì) si lavora con più onestà e più intelligenza, e soprattutto con più serenità, e rispetto per gli Scrittori. (Non che ci voglia molto, ad avere più Rispetto per noi di quanto non se ne abbia in questo paese mafioso e misalfabeta). Ma queste sono solo impressioni, perché io non lo posso sapere: posso solo constatare le lampanti differenze in libreria (dove sempre più spesso avrei bisogno di un sacchettino per il vomito) e sul mio divano di lettura.

Un’ultima cosa. Fin da giovanissimo, molto prima di arrivare anche solo a sperare di pubblicare alcunché, feci mettere – con l’orgoglio, l’ingenuità e la passione che mi hanno sempre contraddistinto – “professione SCRITTORE” sulla carta d’identità, perché tale sapevo, e so tuttora, di ESSERE, e ogni giorno che passo senza scrivere emozioni in HD mi fa sentire in disarmonia col cosmo, disallineato dalla mia anima e dal mio stesso respiro. Ma adesso mi rendo conto che sentirsi Scrittore in italiA non è che una tragica autopresa per il culo: al prossimo rinnovo ci farò mettere “NULLAFACENTE”. Che è poi ciò che pensa del sottoscritto il 99% delle belle personcine che mi circondano. 
Che abbiano ragione loro?

(p.s. E comunque, giusto sabato scorso, su Fb, uno dei migliori scrittori italiani, Paolo Zardi, ha compilato un elenco molto ristretto di grandi autori di tutti i tempi e di tutto il mondo. Ho quasi pudore a trascriverlo, anche per via dell’assenza di tanti altri scrittori che io adoro al limite dell’idolatria, ma in ogni caso l’elenco è questo: Philip Roth, Martin Amis, Vladimir Nabokov, Nicola Pezzoli, Gustave Flaubert, Franz Kafka, Anton Cechov, Milan Kundera, Saul Bellow. Forse lui è impazzito, ed io in quell’elenco sono un clamoroso intruso. O forse, invece, in questo cazzo di paese lanciatore di stronzi e sponsor di schiappe assolute, c’è un sacco di gente che prima o poi mi dovrà delle scuse. Magari postume: a noi artisti succede molto spesso. Troppo spesso.)



giovedì 23 novembre 2017

ERESIE IN SALSA ROSA (ché l'azzurro è ormai anche fuori moda)


1 POVERO NIETZSCHE

Un tempo mi affascinò tantissimo l’idea dell’Oltreuomo (“L’uomo è qualcosa che dev’essere superato”), ma adesso salta fuori che il progetto è invece quello di una bestiolina-schiava sempre più tonta ma sempre più efficiente, trafelata, rintronata e multispastik (o come cavolo si dice), una specie di macaco digitalizzato sorretto da protesi mentali e intelligenza artificiale, con un computer infilato nel cervello, uno nel cuore e uno nel culo: praticamente un robottino che suda e che puzza. Allora è molto meglio restare antichi. Restare dinosauri.

2 POVERA TERRA DI DANTE E PIRANDELLO

Mettiamolo sotto forma di TEST.
Una domenica di metà novembre mi è toccato sorbire ‘sta bella robina qui [e non avevo neanche uno di quei sacchettini che ci sono sugli aerei…]:
«Essere amati a volte non basta. Vogliamo sentirci desiderati».
Di cosa si trattava?
A - frasetta banale dentro cioccolatino andato a male
B - stronzatina espettorata a tavola dall’amica della cognata di mia cugina dopo aver bevuto un po’ troppo vino bianco che sapeva di tappo
C – quaderno dei pensierini del figlio settenne di un mio amico
D - aforisma “forte” sbandierato sui giornali come innesco per sparare in classifica un nuovo bestseller italiota.
[p.s. Avvertenza: per capirne meglio le profonde implicazioni sentimental-filosofiche, la frase va letta in falsetto cantilenoso andante (inutile aggiungere andante DOVE)]

3 TI FANNO VEDERE UNA ROBA...

Ero un bambino delle medie, in piedi di fianco alla cattedra, interrogato in Storia. 
Con la prof girata di spalle per torchiare l’altra vittima (un compagno poco sveglio che s’era impappinato sulla più semplice delle domande: “chi ha invaso la Polonia nel 1939?”) mimai il saluto nazista per suggerirgli la risposta.
«L’attaccapanni» disse una spiritosona al primo banco.
«Faccemo sulenzi!» guaì la prof nel suo Italiano stridulo e molto personalizzato.
«I te-te-tedeschi» tartagliò il compagno.
Mi viene un brivido se penso che, l’avessi fatto ai giorni nostri, qualche imbecille col telefonuzzo avrebbe potuto riprendermi e diffondere l’immagine sui social. Avrei subìto un linciaggio di insulti e minacce da parte di sconosciuti (e quel che è peggio sarei diventato l’eroe di qualche cazzo di estremista), senza nessuna possibilità di spiegare il perché di quel gesto.
Eppure c’è chi esalta senza riserve la preminenza assoluta delle immagini sulla parola scritta, e sul pensiero.
Ti fanno vedere una roba e ridi. Ti fanno vedere una roba e t’indigni. Ti fanno vedere una roba e t’incazzi. Ti fanno vedere una roba e sei già disposto ad ammazzare qualcuno. Ma quasi mai, se ti fanno vedere una roba, accendi il cervello e ti metti a pensare.
E invece bisognerebbe sempre pensare a tutto e al contrario di tutto.
Per dire: in America una tizia è stata licenziata per aver mostrato il dito medio a Trump.
Magari stava solo facendo asciugare lo smalto.

4 RE-HUMANIZE (MAPPATEVI STACIPPA)

Vuoi mettere il brivido di una (remota) possibilità di PERDERSI, e nel frattempo scoprire per caso qualcosa di magico e inaspettato, uno scorcio che ti leva il respiro, una bellezza “fuori-tracciato” che non avresti visto mai, o di innamorarsi della persona gentile a cui chiedi informazioni, rispetto all’andarsene in giro con una mappa digitale incorporata nel culo e azionata con una petegia?
Magari un giorno, quando ci sarà venuta a noia questa perfezione da sciocchi precisini trafelati e non-più-pensanti, qualcuno inventerà una rimescol-app per incasinare apposta le mappe, e la chiamerà “Caccia al Tesoro”, oppure “Ritrova te stesso”.

5 SCRITTO "PRIMA"

I cronistelli italioti stanno proprio rompendo, con ‘sta menata delle domandine petulanti sul “biscotto”.
«Da che pulpito!» ha risposto giustamente infastidito il grande Glenn Stromberg.
Io so solo che i biscotti Danesi al burro sono buonissimi.
Quanto al biscotto Svedese, attenti a non ritrovarvelo nel… 

6 SCRITTO "DOPO"

A rendermi più felice, per gli Svedesi, è il pensiero dei beceri fischi scatarrati sul loro Inno, uno dei più belli e poetici in circolazione. Sarà piacevole riascoltarlo ai Mondiali, senza burinaglia italiota a rovinarlo. (Per non parlare del fetido e cretino «Merda!» urlato a ogni singolo rinvio del loro portiere: quello invece sarà bello non riascoltarlo).
Quanto alle ragioni della sconfitta, chi capisce di calcio sa che una squadra comunque mediocre come quella azzurra sarebbe passata, non fosse stato per l’incapacità e l’ottusità di chi ha sbagliato modulo e uomini sia all’andata (due centravanti di cui uno convalescente a pestarsi i piedi) sia al ritorno (un assurdo 3-5-2 con l’uomo più adatto e più in forma, Insigne, escluso e non fatto entrare neppure alla fine).
Ma le menti limitate vi ripeteranno il ritornello (datato 1966): “Troppi stranieri in Serie A!”
E adesso godiamoci l'Inno.




martedì 14 novembre 2017

IL BAMBINO CHE SBAGLIAVA LE PAROLACCE - qualche trancio di racconto in regalo per voi.



dal racconto L'INUTILIFICIO

Intanto io cerco di andare bene a scuola per non rischiare di rimanere senza il mio bel posto di operaio o addirittura impiegato all’inutilificio, mentre mio fratello, che è molto più intelligente, vuole laurearsi in Scienze dell’Inutilità, per diventare dirigente all’inutilificio, così entrambi potremo sposarci con lavoratrici dell’inutilificio e fare tanti figli da mandare a lavorare all’inutilificio, nel rispetto delle Tradizioni. Quando non studio o prendo brutti voti, i miei genitori e mio fratello un po’ per minaccia un po’ per scherzo mi dicono che se vado troppo male a scuola finirò a spalare la merda dei robot che cagano, o peggio ancora finirò come quel loro amico matto che è scappato a fare il pittore di paesaggi su un’isola greca e non ha mai lavorato in vita sua, poveraccio. Ma io lo so che scherzano. Io sono molto ottimista, e vedo sempre le cose e il futuro in modo roseo e positivo, e so che un bel posto all’inutilificio, alla fine, non me lo leverà nessuno!

dal racconto DOTTORESSINA

Ma poi, a che vita mi avrebbe costretto? Piena di soldi, ma non mi avrebbe certo mantenuto. Lei a far miliardi coi ponti e le dentiere e io a casa a scrivere poesie? Sì, domani. Scòrdatelo. Funziona mica così. E comunque non certo a Varese. Qui i soldi ce li hanno per farli pesare. Non per alleggerirsi l’esistenza. Figurarsi alleggerirtela a te, poeta da strapazzo. In ogni caso dovevo difendere con le unghie la mia libertà. Difendere la mia povertà. La mia dignitosa balordaggine. Buttar via la vita ma senza il concorso di altri. Me la sarei cavata benissimo da solo, come fallito.

dal racconto PULCE E IL TERZO COLPO

Io ultimamente ero più o meno innamorato di questa Karin. Mi innamoro sempre di quelle già felicemente sposate. Così non ci sono pericoli né sofferenze né rotture di cazzo. Non si può fare punto e basta. Sono un pigro e un codardo. E mi piace starmene sul dondolo a leggere. Al massimo lavorarmi una tortilla e una lattina di birra mentre leggo. Ma più che altro leggere. Persone ammesse al mio cospetto mentre leggo: uccellini, grilli, la mia gatta Ciopy. Ammetterei volentieri anche la dolce Karin. Magari solo per coccolarmi e riscaldarmi un po’ in giornate come oggi quando il sole non è di ruolo, e con la felpa fa freschino. Ma è felicemente sposata con uno che vende barche di lusso in Florida. Ne vende tante e fa un mucchio di soldi. Non posso competere. E poi l’ha sposata prima lui e tutte quelle balle lì.

dal racconto DEDIZIONE

Nel parlato infilava qua e là tranci di dialetto friulano. Avevi l’impressione che lo facesse per sentirsi meno lontano da casa, senonché otteneva l’effetto contrario di immalinconire pure te. Guardavi quei suoi occhi spaesati e chissà come ti mancava Gorizia, dove non eri mai stato.

dal racconto NOI, POPPANTI COL FUCILE

Mi vede incerto, pericolose operazioni di ricarica al mio posto by caporale Mastinone (coi Garand c’è chi ci ha lasciato le dita) senza nemmeno sgridarmi. E dice nulla quando sparacchio dove capita, nessuna voglia di rovinare i bersagli o avvicinare troppo il visino ventiduenne al mirino (coi Garand c’è chi ci ha lasciato un occhio). Lo consideravo un cane istruttore e un gran pezzo di merda, oggi così paterno e dolce quasi quasi gli voglio bene. Ma come cola il sudore bollente sotto l’elmetto maledetto.
Che cosa vogliono da me, porcaccia naja? Un anno di vita per un cromosoma sbagliato, per esser nato col pìrulo? Una rabbia che mi viene da piangere.
Nel parlare di sessismi si dà per scontato che vittime siano sempre e solo le femmine, ma vogliamo parlare di questa cosa che capitava a noi? Nel 1989 cadeva il Muro di Berlino (espressione del cazzo, non è caduto da solo, era mica un appalto italiano) ma ancora si riteneva normale che esseri umani nati col pene regalassero un anno di vita (e uno dei più belli) alla cagna patria, mentre quelli nati con la vagina ne erano dispensati.
E mai che se ne trovasse uno con una vagina da prestarti.

dal racconto I CANGURETTI DEL MARESCIALLO BUKOWSKI

Del resto, non si può sguarnire una caserma operativa solo perché è domenica. E se ci attaccano i groenlandesi, o la Sampdoria, o Iva Zanicchi?

dal racconto MASSAGGIATRICE ORIENTALE

L’annuncio non era mai esplicito. La telefonata fin troppo.
«Signorina, quanto costa il massaggio?»
«Qualanta di bocca sessanta scovata» risponde la cinese a mio nonno Artemio sclerotico, che ha chiamato per l’artrosi.

dal racconto SOFFITTO A QUADRETTONI

Qualcuno mi ha detto che i preti sono extraterritoriali. O almeno, quando sono loro ad ammazzare qualcuno succede così, che non gli fanno niente a patto che spariscano in un convento e non si facciano più rivedere. Ma se sei tu a fare secco uno di loro, mi sa che non ti mandano in un convento. Ridiventano subito territoriali, mi sa. Mi sa che te la prendi nel culo.

dal racconto STOP!

Ci fu una pausa, poi alle cinque del pomeriggio la Cocorita ci chiamò per mandarci alla premiazione. La bagnina del Bagno Spuma si chiama Moira ma noi la chiamiamo Cocorita perché ha una voce da cocorita e le erre arrotolate da cocorita. E anche il cervello non è che si discosti molto da quello di una cocorita. Io la chiamo anche Cavallo Degli Scacchi, perché ha la faccia magra e un collo lungo lungo, ma poi sotto prende a modificarsi a tradimento e s’allarga fuori a botticella.

dal racconto I CARABINIERI A PEDALI

Sto parlando delle vecchie di vedetta. Dovete sapere che ci sono sempre queste vecchie di vedetta, in quei quartieri nuovi con le villette nuove della gente arricchita. Di norma questa gente arricchita le villette non se le gode mai, perché è sempre in giro ad arricchirsi ulteriormente, come avesse fatto male i conti con la durata della vita, e nelle villette ci stanno i rottweiler, e in alcune, ma non in tutte, ci stanno le vecchie di vedetta, che vivono dietro le tendine di una finestra al secondo piano in attesa di morire.

dal racconto FRASEGGIO

Il giornale radio locale stava parlando di una tizia che era entrata in ascensore al decimo piano di un palazzo. La porta si era aperta e lei era entrata. Ma l’ascensore non c’era. Sfracellata. Una fine orrenda. La donna usciva dallo studio di una cartomante che predice il futuro. 

dal racconto MILANO E ALESSANDRO

Alla buon’ora fecero una pausa spuntino in un bar. Seduti in un separé mangiavano tramezzini e bevevano vino bianco. Una bionda da urlo, ma con la faccia simpatica e le rughette del sorriso, cosa ra-ris-si-ma, entrò, andò a piazzarsi davanti al bancone e ordinò una birra alla spina. 
Fu servita e se la scolò d’un fiato, con assatanata avidità.
«Vorrei essere quel bicchiere» confessò Davide.
«Ma… è femmina!» lo redarguì Alessandro, con occhiataccia da Vade retro.
Culattone integralista, pensò Davide senza dir nulla. Se una è bella è bella, e poi chessò, sarò bisex, che cazzo vuoi ne sappia, e che cazzo vuoi tu da me, gallinello modajolo, per quel che ne so si viene attratti da persone, non da cliché cazzofigacei. 

dal racconto AGGIORNAMENTI DI MECCANICA POPOLARE

«Siccome che… Cioè», attaccò lei.
Cominciamo bene, pensò lui.
«Aspetto un bambino» disse lei.
«Bene!» disse lui.
«Non è tuo» disse lei.
«Ah» disse lui.
Pareva già calmissimo, e ciò le infuse ulteriore coraggio: «Ma non era questa la cosa peggiore».
«Cazzo», protestò lui. «Mi stai dicendo che mi hai cornificato. E che ti avrò di fianco sull’altare con un figlio non mio nella panza. Cosa può esserci di peggio, a parte il fatto che mi hanno chiamato Maicol?»

dal racconto DARE UNA MANO

Quando accennò al famoso manoscritto, Leonello Stanfredini Smith si illuminò in un modo che Eugenio trovò commovente. Disse che doveva esserci ancora, da qualche parte. Ma quando poi si mise a cercare non dentro cassetti o su scaffali di libri, ma in posti come il frigorifero, la credenza di cucina, il bauletto della biancheria sporca, Eugenio cominciò a pensare che fosse pazzo, e che non ci fosse mai stato nessun romanzo.

dal racconto NATALÌ MORTALÀ

(Questa fa orrori di grammatica anche quando scorreggia). Ma andiamo avanti: letture preferite?
Tropo inperniata a scrivere per, pure l’eggere. Come tute i genio, l’ho dico sempre. Pèro savasandì o letto i capponlavori virgolette clasici inperscindibili, tutti e i 3, savasandì
Tutti e tre cosa?
Ma le 50 sfummature no? Che; scherzi o sì gnoranto? Macche legete voi vekki, siamo anc’ora 1.0 a Scespir o Dante Alberghieri, o coso li, Mero? Legerai micca a Pezòlli! Sveliaa!
Senti stronza, ma perché non ti spari?
Consilio di sostituire stà domanda co una sula mia poettica. Risposta da incullare soto grazzie: “la gentge e stanco di, inutili lucubbrazzione sopratuto,: scritte da maschi bianchi caucazzi o virgolette ropei che anno skiatato. Le copie voliono aiutto pe scoppare. Eppoi adeso e 2.0, siamo nel 2.0 lovolete, capì!”

dal racconto BURATÌN PUPÀZ

E poi, i pinguini, come fanno a non star sul culo pure a lei? Ma lo sa che in base a uno studio di Purulenko, Dollarovgin, Sukamoto, Zokolmayer e Vavangulu l’effetto serra è causato esclusivamente dalle scorregge dei pinguini?
Non conosco questi Professori Emeriti. Dove scor… ehm… dove insegnano?
Sono avvocati. Della Karbonpromm.

dal racconto OMISSIONE

«Era una sera caldissima di luglio» attaccò il Ghirotto. «Mi trovavo a passare presso gli argini del Po. Entro in un bar per mangiare un cetriolo, che è veramente molto dissetante, e lì, nel vano d’ingresso, assisto a una scena incredibile: c’è una gatta che sta allattando i suoi gattini. Ma insieme ai gattini ci sono anche dei cuccioli di cane! Il padrone del bar mi dice che i cagnolini sono rimasti orfani, la madre investita da un’auto, e allora la gatta, guardate com’è incredibile la natura, l’istinto materno, la gatta li aveva accettati e gli permetteva…»
«Non era una cagna?» interruppe, caustico, il Pelagatta.
«Come?» fece il Ghiro, infastidito non poco.
«Non era una cagna che allattava dei gattini?» insistette il Pelagatta.
«Orcamartina» fece Tumiati.
«No, ti dico che in questo bar c’era questa gatta…»
«Beh, avevi detto che era una cagna. Le altre ottocento volte che l’hai raccontata era così. Tu andavi a scolarti un cetriolo. E c’era una cagna che allattava i gattini».
«Allora non racconto più niente» 

Mi permetto di aggiungere di nuovo i link per l'acquisto, per
ritardatari, nuovi amici e idee-regalo natalizie:






giovedì 2 novembre 2017

Quando leggere è annegare nella noia


Alessandro Baricco
Oceano mare
Rizzoli (poi Feltrinelli, Univ. Economica)
Voto: 4+ 




Incipit:

“Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che soffia sempre da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata."

Tutto questo irritante pastrugno di ripetitivi svolazzi poetico-filosofici, impastati, o impestati, di ciarpame da sagrestia paesana (“benedetto”, “perfezione”, “occhi divini”, “muto esistere”, “opera finita ed esatta”, “verità”, “verità”, “salvifico”, “paradiso”, “verità”, “santa icona”, “perfezione”) per dirci che c’è un uomo su una spiaggia. Perché è questo che ci avrebbe detto uno Scrittore:
“C’è un uomo sulla spiaggia”.
Subito una domanda: questa roba qui, questa quasi provocatoria scribacchiatura tutta orpelli e posa poetica, non pare letteratura d'antiquariato che rifà il verso a se stessa, ma senza l’ironia per capire cosa sta facendo?
Salto solo un altro po’ di roba raffinatissima e superflua, e approdo a pagina 17:

“Alla locanda Almayer ci potevi arrivare a piedi, scendendo per il sentiero che veniva dalla cappella di Saint Amand, ma anche in carrozza, per la strada di Quartel, o su una chiatta, scendendo il fiume. [O giù dal cielo, se ti scoppia la mongolfiera del cactus mentre ci passi sopra.] Il professor Bartleboom ci arrivò per caso.
Questa è la locanda della Pace?
No.
La locanda di Saint Amand?
No.
L’Albergo della Posta?
No.
L’Aringa reale?
No.
Bene. C’è una stanza?”

[Questo romanzo è gratis?
No.
Bene, allora ne prendo un altro, grazie.]

Da pagina 149 a pagina 159 la scrittura si fa poesia-preghiera. È la preghiera di un personaggio che si chiama Pluche (ma non è un peluche, almeno credo). Lo si capisce dagli a capo, ovvio, perché per il resto si tratta di facezie né migliori né peggiori di quanto segue e precede. 
Vediamone un pezzettino particolarmente ispirato:

“il problema sarebbe un altro,
se avete la pazienza di ascoltare
di ascoltarmi
di.
Il problema è questa strada
bella strada,
questa strada che corre
e scorre
e soccorre
ma non corre dritta
come potrebbe
e nemmeno storta
come saprebbe
no.”

Ho dato un’occhiata ai giudizi espressi dai lettori sul sito di ibs.
Devo dire per onestà (e con un certo sconcerto) che sono più numerosi quelli lusinghieri.
Ma i detrattori, o i non amanti, come preferiamo chiamarli, di Alessandro Baricco, accusano la sua prosa di essere, in ordine sparso: “leziosa”, “insulsa”, “arzigogolata”, “vacua”, “chincaglieria detestabile”, e poi via via “stucchevole melassa”, “sterile”, “aulica”, “manieristica”, e poi ancora “vezzosa”, “autocompiaciuta”, “inutile”, “spocchiosa”, “provocante”, “pretenziosa”…
Avranno ragionevoli motivi o saranno degli esagerati, dei rozzi e dei rosiconi? Vediamo un esempietto a pag 25:

“…e in effetti la frase arrivò perfettamente confezionata nella testa di Padre Pluche, bella lineare e pulita, ma con un attimo di ritardo, quel tanto che bastava per farsi scivolare da sotto uno stupido refolo di parole che non appena affiorato sulla superficie del silenzio si cristallizzò nell’incontestabile lucentezza di una domanda completamente fuori luogo”.

Qui, l’unica domanda non completamente fuori luogo sarebbe questa: “Non è che ci stanno per caso pigliando per i fondelli?!”
Perché ho sottolineato “bella lineare e pulita”?
Perché tale dovrebbe essere la scrittura di uno scrittore.
Cioè il contrario di così.
Penso invece sia fin troppo intuibile il perché ho poi anche sottolineato “uno stupido refolo di parole”… diciamo che trattasi di curiosissimo caso in cui una brutta pagina contiene anche l’involontaria critica a sé stessa.

Ma a volte l'autore sembra stancarsi delle moine arzigogolate, e lascia spazio a un alterego un po' sciatto.
In una sola pagina (la 29) il nostro scrittore superstar riesce infatti a inanellare in poche righe un “completamente”, e poi anche un “continuamente”, un “incontestabilmente”, un “tremendamente”, e poi un altro “completamente”, e un “probabilmente” e infine un “intollerabilmente”. Davvero intollerabile.

Da pagina 169 a pagina 179 Baricco ci delizia con un “CATALOGO PROVVISORIO DELLE OPERE PITTORICHE DEL PITTORE MICHEL PLASSON ORDINATE IN ORDINE CRONOLOGICO A PARTIRE DAL SOGGIORNO DEL MEDESIMO ALLA LOCANDA ALMAYER (LOCALITA’ QUARTEL) FINO A GIUNGERE ALLA MORTE DELLO STESSO”. 

Le descrizioni delle “opere pittoriche del pittore ordinate in ordine” sono di questo tipo:

“Completamente bianco.”
“Completamente bianco.”
“Bianco con vaga ombra ocra nella parte superiore.”
“Completamente bianco. La firma è in rosso.” 
“Si riconoscono due punti, al centro del foglio, molto vicini. Il resto è bianco.” [Certo questo qui ne spendeva, di soldi, in tubetti di colore…]
“Completamente bianco.”

E via così. Per undici pagine!

A chi verrebbe voglia di comprarle, le opere pittoriche di un pittore simile? 
Boh. Magari alle stesse persone a cui viene voglia di comprare i romanzi di un simile romanziere. Queste undici pagine sembrano infatti, se ci pensiamo bene, il Manifesto involontario della poetica dell’autore. Come se Baricco sognasse più o meno inconsciamente di poter scrivere (e vendere a vagonate) un libro di questo tenore:
Capitolo primo: una pagina bianca.
Capitolo secondo: una pagina bianca, con un punto e virgola esattamente al centro.
Capitolo terzo: una pagina bianca, con una preposizione articolata in alto a sinistra.
Capitolo quarto: una pagina bianca, con un punto di domanda ocra decentrato, in basso a destra.
E via così.
E però, accipicchia, firmato, in rosso, Alessandro Baricco, che è quello che conta

La fascetta della copia in mio possesso urla: ventunesima edizione, centoventimila copie!
Che dire? Be’, anzitutto questo: io delle volte mi preoccupo e mi indigno, per il fatto che le nuovissime generazioni tecnoglionite sembrano destinate a venir su misalfabete, con l’atrofia cerebrale, interessate solo ai telefonini e agli spot, alle moto e alla Figa, alla rincoteca e ai tipiffighichessuonano, ai videogiochi e alle velinuzze e ai calciatorelli. Ma se poi penso che in italiA per Alta Narrativa si intendono romanzi così, non posso non trovare perversamente (e amaramente) consolatorio il fatto che presto nessuno leggerà più, e che tutto ciò diverrà, com’è giusto che divenga, lettera morta.

p.s. sia chiaro che queste cose le ho dette come lettore. Come scrittore, trovo magnanimamente giusto che anche Baricco possa avere il suo spazio. Magari troverei altrettanto giusto poter godere di una par condicio mediatica, ma so bene che questa è utopia, in un paese in cui il giornalismo e la critica sono quello che sono.
Good night, and good look.